Impatto sociale, il governo si muova: serve una spinta

La pandemia e un nuovo modello di economia: strada senza alternative. Innovazione e sviluppo, ma il mercato deve generare equità. Cinque proposte presentate al premier per garantire la svolta

Attorno al dramma della crisi sanitaria da Covid 19 si agita uno scenario di stagnazione economica pesante. E mentre ancora combattiamo contro il rischio di ondate periodiche di diffusione del contagio, la pandemia economica ci chiede due cose. Primo: intervenire con strumenti efficaci di «recovery», che possano intervenire sulle ferite sociali come disoccupazione crescente, chiusura precoce di imprese e attività, calo della liquidità, mancato accesso alle cure non Covid, impoverimento culturale e divaricazione dei gap educativi, generazionali e di genere. Secondo: lavorare sul «reshape», ovvero cambiare marcia al modello di sviluppo, spingendo verso uno scenario di maggiore giustizia sociale ambientale ed economica.

Le forze dell’innovazione sociale sono convocate a contribuire a questi passaggi in modo non più marginale, sperimentale. E questo spalanca per la prima volta la possibilità che tesi considerate per molti anni minoritarie o accessorie diventino mainstream, accedendo finalmente al cuore dell’agenda politica mondiale. Non possiamo perdere questa occasione: contribuire alla diffusione a tappeto del modello della «impact economy», con mercati che strutturalmente e intenzionalmente siano orientati a generare impatto sociale e ambientale positivo, abbandonando la deriva autoreferenziale (quando non speculativa) le cui conseguenze in questo 2020 ci sono letteralmente crollate addosso. L’Italia peraltro, dal primo dicembre, ha preso la presidenza del G20. Gioca quindi un ruolo chiave di regia in questa fase di decisioni pesanti. Per questo la rete impact italiana vive una sua inevitabile svolta e un momento di lavoro ad alta intensità.

Avevamo incontrato Conte un anno fa. Poi a giugno, in occasione degli Stati Generali. E avevamo prodotto, con i nostri tecnici, un dossier per presentare al Governo l’importanza dell’utilizzo degli strumenti dell’impact investing, che in Italia ancora non decollano fino in fondo, proprio perché manca la spinta dell’attore pubblico, che è stata determinante in altri scenari come Inghilterra, Francia, Germania, Portogallo. Dal premier è arrivato ascolto. Ma ora ci aspettiamo un piano nazionale di «impact led recovery», basato sull’utilizzo degli strumenti dell’impact investing nei progetti finanziati dal Recovery Fund europeo. E ci aspettiamo di essere coinvolti. D’altra parte sono questi i giorni in cui il nostro Piano nazionale di Recovery va definendosi.

Il dibattito sembra fermo alla questione della scelta dei 60 progetti e dei «supermanager». Anche se forse il bisogno più urgente è di competenza abilitante e innovativa nella Pubblica amministrazione. È sul metodo, però, che siamo lontani dall’obiettivo principale che dobbiamo darci: non sprecare le risorse europee. E quindi abbiamo scritto al Governo, ancora. Insieme con i vicepresidenti di Social Impact Stefano Granata e Massimo Lapucci, che rappresentano il mondo degli investitori e delle imprese sociali pronti a partire. E tutto il Comitato Scientifico: Stefano Zamagni, Enrico Giovannini, Leonardo Becchetti, Mario Calderini, Mario La Torre, Veronica Vecchi e tanti altri accademici e ricercatori che stanno lavorando perché anche in Italia possano affermarsi gli schemi pay-by-result, connettendo investitori e imprenditori sociali e sottoponendo tutti i progetti a valutazione dell’impatto sociale e ambientale. Generando peraltro cultura dell’outcome, piuttosto che dell’output, grazie a una diffusione sistematica, strutturale della valutazione dell’impatto come strumento non di rendicontazione ma di management. A Conte abbiamo avanzato cinque proposte concrete: 1) Integrare strutturalmente lo schema pay by result nell’uso dei fondi europei; 2) Promuovere incentivi per la finanza a impatto e per le imprese sociali; 3) Lavorare sulla «impact trasparency», ovvero la promozione di strumenti di contabilità finanziaria integrata nei bilanci dei privati, così da rendere misurabile l’impatto sociale e ambientale nei conti; 4)Introdurre una legislazione «impact friendly» e anche una fiscalità di vantaggio per i prodotti finanziari intenzionalmente ad impatto; 5) Sostenere lo sviluppo delle partnership pubblico-privato e promuovere outcome funds e social impact bonds. Si tratta di decidere di fare un salto, un passaggio di scala: per la nostra finanza, per la nostra impresa e per la nostra politica. Il futuro ci aspetta, ma per raggiungerlo non possiamo stare fermi. Noi ci siamo.

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