FISCO AD HOC PER I PAPERONI STRANIERI. MA POTREBBE NON BASTARE…

Gian Marco Committeri

L’Italia sembra aver deciso di fare sul serio e di competere con i Paesi più “aggressivi” sul fronte della tassazione. Dopo le regole in materia di patent box, che mirano ad incentivare la collocazione in Italia degli intangibles, ha deciso di fare dumping sui Paperoni stranieri. Esistono, infatti, diverse giurisdizioni che, da tempo, conoscono norme volte ad incentivare la presenza sul proprio territorio di soggetti ad alto reddito. Il caso, forse, più noto è quello dell’Inghilterra, in cui i soggetti “residenti ma non domiciliati” (“res non dom”) non pagano tasse sui redditi prodotti al di fuori dei confini del Regno Unito. Con la Legge di Bilancio 2017 (non si chiama più “Legge di Stabilità” perché da noi le leggi tutto sono fuorché stabili…???) è stato inserito l’articolo 24-bis nel Testo Unico delle imposte sui redditi, che contiene un regime opzionale destinato ai soggetti stranieri che non siano stati residenti in Italia per almeno 9 degli ultimi 10 anni. Per come è scritta la norma, il regime si dovrebbe applicare anche agli italiani che sono all’estero da tempo e intendono rientrare a casa; non ci sarebbero motivi, infatti, per discriminarli, anziché agevolarne il rientro (con buona pace dei concittadini più sedentari e pronti a criticare, magari cavalcando l’onda populista che ormai dilaga a piacimento). La novità legislativa è, tuttavia, apprezzabile ed intende favorire gli investimenti, i consumi ed il radicamento in Italia di nuclei familiari ed individui ad alto potenziale economico. Il presupposto, che mi pare condivisibile, è che la loro presenza costante in Italia possa condurli ad effettuare nel nostro Paese investimenti, stimolando crescita e occupazione, ovvero a consumare prodotti e servizi made in Italy.  Non sarà gratis però, non ci siamo spinti fino a quel punto! L’Italia, infatti, ha optato per una imposta “simbolica” di 100 mila euro annui, ridotti a 25 mila per eventuali familiari cui si intenda estendere il regime di favore. Si tratta di un “chip” per giocare al banco di in uno dei Paesi più belli del mondo, senza essere tenuti a lasciare al Fisco quasi il 50% dei redditi, come, purtroppo, tocca a tutti noi “residenti e domiciliati”.

E’ forse il caso di spiegare perché questa norma è un presupposto necessario (ma sufficiente?) per attrarre i “super-ricchi”. L’Italia, come la maggior parte dei Paesi industrializzati, applica il principio della tassazione dei residenti sul reddito mondiale (worldwide taxation principle); ciò significa che se un ricchissimo personaggio straniero (immaginiamo un russo, un indiano o un principe saudita) decidesse di trasferire in Italia stabilmente la propria residenza dovrebbe pagare le “tasse italiane” (notoriamente alte, ormai prossime – includendo addizionali e contributi vari – al 50% del reddito) sui redditi ovunque prodotti, e ,quindi, anche su quelli prodotti nel proprio Paese di origine o altrove sui quali, magari, beneficerebbe di una tassazione ridotta o nulla. Ecco perché nessun “super-ricco” ha, finora, trasferito la propria residenza fiscale in Italia, limitandosi ad una presenza vacanziera, senza mai rischiare di sostare nel nostro Paese più di 182 giorni nell’anno solare (situazione che farebbe scattare la presunzione di residenza fiscale).

Il nuovo beneficio introdotto si applica dal 2017 e, ovviamente, solo sui redditi prodotti al di fuori del nostro territorio. Ciò significa che sui redditi che i “Paperoni” dovessero produrre in Italia avrebbero la medesima tassazione di tutti i soggetti residenti, senza alcuna agevolazione (questo è principio che andrà spiegato bene ai “critici” di cui sopra…). Per quanto attiene ai redditi “esteri”, i nuovi residenti hanno la possibilità di escludere dall’applicazione dell’imposta sostitutiva i redditi prodotti in alcuni Stati o territori; per tali redditi, quindi, si applicherà l’Irpef ordinaria e spetterà il credito d’imposta di cui all’art. 165 del Tuir. Non soltanto i redditi, ma anche il patrimonio dei “Paperoni” esistente all’estero viene salvaguardato: non si applicherà l’imposta immobiliare (IMU) sugli immobili situati al di fuori del territorio dello Stato, né l’imposta sui prodotti e valori finanziari esteri (IVAFE). In caso di successioni aperte, o donazioni effettuate durante il periodo di validità dell’opzione, l’imposta sarà dovuta limitatamente ai beni e diritti esistenti nel territorio dello Stato. D’altronde, pensare ad una agevolazione sul reddito non accompagnata da un analogo trattamento sul versante patrimoniale sarebbe stato miope ed inefficiente.

Il principio cardine è semplice: si tratta di persone che, con la precedente legislazione, non avrebbero trasferito mai la residenza in Italia, optando per altre soluzioni; cosicché l’Italia non avrebbe incassato nessuna imposta correlata ai loro redditi o patrimoni. Ecco, quindi, l’unica soluzione possibile: un “doppio binario”. Zero tasse (o quasi) sui redditi e sul patrimonio “off-shore”, e tasse ordinarie sui redditi e patrimoni in Italia. L’Agenzia delle entrate, infine, ha chiarito che il ricco straniero può presentare una istanza di interpello al Fisco italiano per chiedere conferma circa la sussistenza o meno dei requisiti per applicare il nuovo regime. Si tratta di un aspetto importante perché il soggetto può interloquire con il Fisco ed ottenere conferma (o meno) della correttezza delle proprie interpretazioni. Il regime opzionale si applica facendo la scelta nella dichiarazione dei redditi dell’anno in cui si perfeziona il trasferimento della residenza in Italia o in quello successivo (nel quale, evidentemente, si verifica ancora il presupposto della residenza all’estero di almeno 9 dei precedenti 10 anni).

Delineato così il contesto normativo e procedimentale, non ci resta che verificare se davvero i “Paperoni” stranieri si trasferiranno qui da noi, dando vita ad una immigrazione di lusso, potenzialmente in grado di sollecitare  investimenti, creare occupazione, stimolare il consumo di prodotti e servizi italiani.

Non basterà, però la Brexit, per convincere i super-ricchi a trasferirsi nel Belpaese, dovremo dimostrare una nuova capacità: a cominciare da quella di mantenere le promesse senza cambiare il quadro normativo ad ogni piè sospinto.

Gian Marco Committeri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.