UE, LO STRANO CASO DELLE CRISI BANCARIE ITALIANE

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In Europa il ‘nodo banche’ continua a preoccupare e confondere. In ragione dell’assetto istituzionale dell’Unione monetaria, tutte le decisioni prese sulle crisi bancarie sono state coordinate tra paesi membri e competenti autorità europee; la ratio è stata quella di assicurare trattamenti ‘concorrenziali’ nella gestione delle crisi bancarie, per non discriminare tra banche e tra paesi. Il principio alla base – quello degli aiuti di Stato – sancisce che, nell’Unione europea (Ue), la libera concorrenza e la circolazione di beni e servizi non può essere distorta da interventi statali che tendano a favorire specifici operatori o settori industriali. Dunque, anche le banche devono sottostare a questo principio e, se in difficoltà, possono essere aiutate con fondi pubblici solo in casi eccezionali.

Condizioni del bail-in
Il recente bail-in aggiunge un ulteriore elemento: il dissesto di una banca non deve gravare sui cittadini se non dopo aver chiamato in causa i privati che hanno rapporti con la banca stessa. Con l’’internalizzazione delle perdite’ il ricorso agli aiuti di Stato per le crisi bancarie, già soggetto ad una verifica del ‘disturbo di concorrenza’, diventa soluzione residuale rispetto all’utilizzo dei fondi dei privati coinvolti nel dissesto bancario.

La prima questione che si impone, quindi, è quella di definire il perimetro dei soggetti che, avendo rapporti con la banca, sono chiamati a rispondere delle perdite. Il bail-in estende tale perimetro dai classici azionisti ad altre tipologie di creditori, principalmente sottoscrittori di obbligazioni ‘subordinate’. Questa scelta dà per scontato che gli obbligazionisti abbiano piena consapevolezza del maggior rischio che assumono e ricevano rendimenti coerenti con tale rischio. Quanto avvenuto nei casi delle quattro banche italiane – Banca Marche, Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di risparmio di Ferrara, CariChieti – ha fatto emergere con evidenza come tali condizioni non fossero affatto rispettate.

Crediti deteriorati e aiuti di Stato
In questo scenario si innesta il tema attuale della gestione dei non performing loans (Npl), ovvero dei crediti deteriorati che le banche hanno nei propri bilanci; policy makers e operatori si preoccupano di evitare possibili nuove crisi bancarie ripulendo i bilanci delle banche più esposte. Le soluzioni percorribili potrebbero impattare ancora una volta su tutti, clienti bancari e non, determinando proprio quella esternalizzazione delle perdite che si vorrebbe evitare.

In tale prospettiva, la visione dell’Italia è avanzata, rispetto a quella di altri paesi Ue. Per la gestione dei Npl, l’Italia chiede, ancora una volta, alla Commissione europea il via libera a forme di sostegno più aderenti all’eccezionalità delle circostanze; in sostanza: maggiore apertura nel ricorso agli aiuti di Stato. La sentenza della Corte di giustizia dell’Ue del 19 luglio scorso, che ribadisce la legittimità del bail-in e conferma il ricorso agli aiuti di Stato subordinatamente ai fondi privati, non agevola una soluzione in tal senso. Determinata ancora una volta da una negoziazione one-to-one tra Roma e Bruxelles, qualunque decisione confermerà il rischio che, nel prossimo futuro, altre trattative, con altri Stati membri, possano trovare soluzioni o equilibri differenti. Prima ancora dei contenuti di risoluzione delle crisi, emerge una esigenza definire processi e criteri interpretativi del bail-in che minimizzino il rischio di fine tuning distorsivi in sede di singole negoziazioni.

Esiste, poi, un ben più grave tema di economia sostanziale. L’Europa rincorre disperatamente crescita sostenibile, stabilità finanziaria e coesione sociale. È palese che le regole di vigilanza, e quelle di risoluzione delle crisi bancarie, sono state costruite pensando unicamente alla stabilità finanziaria.

Conseguenze all’orizzonte
L’Ue ammette il ricorso agli aiuti di Stato solo subordinatamente ai fondi privati per evitare comportamenti di azzardo morale da parte delle banche: c’è da chiedersi quanto azzardo morale possa nascondere il business dei Npl, che si moltiplicherà nei prossimi mesi a seguito delle operazioni di pulizia dei bilanci bancari e del proliferare di bad banks e veicoli da cartolarizzazione.

L’Ue ammette aiuti di Stato solo in casi eccezionali, ovvero quando sia minacciata la stabilità finanziaria. C’è da chiedersi quanta instabilità finanziaria potrà derivare dal coinvolgimento degli obbligazionisti inconsapevoli nei dissesti bancari; la perdita di fiducia dei clienti si tradurrà facilmente in minore raccolta per le banche.

L’Ue tenta quotidianamente nuove politiche per la crescita sostenibile; c’è da chiedersi quanta crescita potremo avere con banche senza Npl, ma anche senza raccolta.

L’Ue promuove politiche di coesione sociale ed inclusione finanziaria; c’è da chiedersi quanta inclusione finanziaria stimolerà il coinvolgimento dei creditori nella gestione delle crisi delle banche.

Dobbiamo operare affinché le misure che l’Italia sta negoziando in questi giorni per il Monte dei Paschi, e che potrà trovarsi a negoziare in futuro per altre banche, trovino una Commissione in grado di mettere a sistema tutte le variabili in gioco. Non si tratta di salvare una banca italiana in un modo meno rigoroso rispetto ad una tedesca; né di incentivare le banche ad avere comportamenti opportunistici sulla base di aiuti pubblici assicurati indiscriminatamente. Si tratta di comprendere che ogni soluzione – se non calibrata opportunamente – può portare un effetto contrario a quello sperato. Si tratta di trovare i giusti equilibri tra aiuti pubblici e fondi privati anche alla luce degli effetti macroeconomici, di inclusione finanziaria e sociale. Ma questo lo si capisce solo se si alza lo sguardo oltre gli angusti confini dei tecnicismi regolamentari.

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