Per un’ecologia del banchiere

 Solo grazie ai banchieri d’immaginazione le banche potranno uscire dalla crisi e tornare a sostenere l’economia reale.

Articolo scritto per il N° 1 della rivista Microfinanza

(http://rivista.microcredito.gov.it)

Nel suo articolo Una bussola per la scienza economica, il premio Nobel James Buchanan, ci ricorda che in economia, a differenza di quanto accade per le scienze naturali, i vincoli che descrivono l’ambiente in cui si opera sono del tutto arbitrari. Mentre uno scienziato naturale è obbligato dalle leggi della natura, l’economista ha davanti a se un insieme alternativo di vincoli, estranei ad un qualsiasi “stato di natura”, che sono semplicemente frutto di una costruzione dell’essere umano; il suo obbligo è quello di sperimentare le alternative per tentare di massimizzare il benessere collettivo.  Peccato che gli economisti, sostiene Buchanan, siano molto diversi tra loro: troviamo economisti dotati di poca immaginazione, che tendono a riconoscersi nei vincoli esistenti, ed economisti più fertili, capaci di immaginare mondi che “potrebbero essere” ed ancora non sono. L’economista d’immaginazione oltrepassa i confini della scienza naturale e riconosce il valore potenziale che emergerebbe in presenza di vincoli alternativi a quelli esistenti.

Possiamo pensare che, anche per i banchieri, valga lo stesso: esistono “banchieri scientisti” e “banchieri d’immaginazione”; i primi, prediligono lo stato delle cose, i secondi, esercitano la libertà d’immaginazione; i primi, gestiscono la banca come un laboratorio di scienze naturali; i secondi, vivono la banca con l’entusiasmo tipico di un atelier e sperimentano, nel quotidiano, ciò che nelle scienze naturali è sperimentabile solo in occasioni di scoperte rilevanti: il proprio contributo al miglioramento sociale e della condizione umana.

La crisi economica, ahimè, ci racconta, senza equivoco, che la congregazione dei “banchieri scientisti” è ben più numerosa della famiglia dei “banchieri d’immaginazione”. Contrazione del credito, esclusione finanziaria e tassi di povertà in aumento, da un lato testimoniano la necessità di ripensare il modello di bancarizzazione delle economie avanzate, dall’altro sono il segno di una diffusa incapacità dei banchieri di inoculare modelli gestionali alternativi, di una ostinazione, pressoché compulsiva, a tenere in piedi archetipi organizzativi ed operativi antistorici.

I modelli di vigilanza bancaria in giro per il mondo, non hanno, di certo, facilitato l’opera del “banchiere d’immaginazione”; anzi, hanno alimentato, ed alimentano tuttora, la sopravvivenza e la nascita di “banchieri scientisti”. Gli obblighi prudenziali imposti alle banche, nelle diverse formulazioni elaborate negli ultimi trent’anni (Basilea 1, 2 e 3), si caratterizzano per una crescente dose di abbrutimento quantitativo; si potrebbe affermare che le autorità di vigilanza hanno spinto verso una meccanizzazione quantitativa della ricerca della stabilità, creando il terreno per il proliferare di uomini, e istituzioni finanziarie, poco innovativi e distanti dall’interazione umana. Parafrasando Buchanan, è possibile affermare che la vigilanza, avendo imposto alle banche sostanziosi investimenti in tecnologia e in acquisizione di abilità tecnica in quanto tale, ha determinando un processo di autoselezione grazie al quale le persone che hanno scelto, e scelgono, di diventare banchieri sono, principalmente, quelle attratte dalle proprietà analitiche dei modelli quantitativi. La vigilanza ha alimentato, negli anni, una generazione di “banchieri scientisti” che, a sua volta, ha trasformato l’arte del banchiere da una “scienza morbida” in una “scienza dura”.

Quale legge naturale stabilisce il livello minimo di patrimonio di vigilanza richiesto alle banche? Quale legge naturale impone la codificazione e la misurazione dei rischi oggi vigente? Quale legge in natura stabilisce che un cliente senza garanzie non possa vantare un proprio merito creditizio? Quale legge in natura stabilisce che il valore aggiunto creato da una banca debba essere misurato ricorrendo esclusivamente ai valori lavorati da una contabilità ordinaria?

I ripensamenti dei modelli bancari e degli stili di vigilanza discussi sui tavoli istituzionali e scientifici in questi mesi sono una presa di coscienza, da parte di autorità, banchieri e studiosi, circa il fallimento di quanto professato in questo mezzo secolo. Tuttavia, sembra mancare quella folgorazione utile ad una vera ecologia del banchiere. Nel suo saggio Verso un’ecologia della mente, Gregory Bateson spiega come sia facile essere vittime dei clichés: “…per pensare idee nuove e dire cose nuove dobbiamo disfare tutte le idee già pronte e mescolare i pezzi…la gente è sempre li a mettere le cose a posto ma nessuno si preoccupa di metterle in disordine. Sembra proprio che le cose si mettano in disordine da sole. E poi bisogna rimetterle a posto”.

Mescolare i pezzi: ecco, dunque, il compito del “banchiere d’immaginazione”: restrizione del credito, esclusione finanziaria e povertà si possono combattere strutturalmente solo con istituzioni ed autorità meno scientiste e con “banchieri d’immaginazione”. A cosa serve introdurre i conti correnti di base (cosiddetti conti low cost) quando gli sportellisti non conoscono il prodotto e la cultura finanziaria dell’accoglienza e della prossimità non fanno parte dello stile di fare banca? Risposta: a nove mesi dall’introduzione dei nuovi conti correnti, solo l’1,6% degli 850 mila pensionati, potenziali destinatari, ne ha usufruito. Quale significato possiamo attribuire ai riassetti organizzativi delle banche – spesso ispirati dalla giusta idea di cercare maggiore aderenza al territorio ed alle piccole imprese – quando si adottano sistemi di rating che escludono totalmente qualsiasi valutazione qualitativa dell’impresa e del progetto? Risposta: la variazione annua dei prestiti al settore privato è ancora in flessione (-2,3% a gennaio 2013).

Le istituzioni e le autorità di vigilanza, nazionali e sovranazionali, dovrebbero incoraggiare un processo di rinnovamento del pensiero bancario e trarre ispirazione da quelle esperienze virtuose che esistono e crescono stabili ed efficienti.

L’Italia è – caso raro in Europa – testimone di modelli alternativi di fare banca; in questo numero della rivista abbiamo voluto riportarne tre: quello di Intesa Sanpaolo – gruppo bancario tra i più rilevanti per dimensione ed ambiti operativi – e quelli di Extrabanca e Banca Etica, banche di minore dimensione ma con una misson dedicata alla finanza inclusiva. Intesa Sanpaolo sta compiendo uno sforzo di contestualizzazione della microfinanza nell’ambito della propria struttura e dei propri ambiti operativi tradizionali.  Extrabanca e Banca Etica rappresentano due esempi di intermediari bancari che, nel rispetto dell’assetto giuridico-istituzionale disegnato dal Testo Unico Banche, propongono un modello di intermediazione creditizia differente; due banche, autorizzate e vigilate da Banca d’Italia, che operano conciliando l’obiettivo del profitto, contabilmente concepito, con una “mission d’immaginazione”: Extrabanca, quella dell’inclusione finanziaria; Banca Etica quella di offrire ai risparmiatori soluzioni di investimento selezionate secondo criteri alternativi a quelli tradizionali. Anche grazie a questi esperimenti, l’Italia si pone come Paese-Laboratorio per un modello di finanza etica, ad oggi ancora difficile da declinare, che non può che nascere dal “rimescolare i pezzi” di quanto è già stato visto e conosciuto. La nuova legge sul microcredito (artt. 111 e 113 del T.U.B.) potrà dare nuova linfa alle idee dei banchieri coraggiosi; così pure la recente norma che estende al microcredito l’operatività del Fondo Centrale di Garanzia per le pmi. Il legislatore italiano è stato “costruttivamente disordinato”, anticipando molti altri Paesi in Europa e nel mondo. Sapranno i nostri banchieri fare altrettanto? Nell’ecologia della loro mente le risposte ai nostri bisogni.

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